Intervista a Giuseppe

Giuseppe – maggio 2008

Ogni volta che ho avuto la possibilità di incontrare un ragazzo in cura in De Marchi, fosse affetto da thalassemia piuttosto che da leucemia o da un’altra forma tumorale ho sempre avuto l’impressione, oltre che di arricchirmi personalmente per l’esperienza e la lezione che mi veniva trasmessa,  di trovarmi di fronte a ragazzi straordinari, più forti e maturi di tanti loro coetanei, ragazzi che la malattia aveva temprato e a cui aveva donato una marcia in più.

Questa è stata però la prima volta che mi sono trovato di fronte un paziente malato di thalassemia non più ragazzo ma uomo, uomo per età anagrafica, ha 37 anni, uomo per le sua carriera professionale, uomo perché sposato da 7 anni, uomo perché ora nella sua famiglia è entrato un bimbo con tutte le responsabilità che ne conseguono.

Giuseppe, come tutti i ragazzi affetti da thalassemia non ha mai potuto paragonare il suo stato con quello di un ragazzo sano, lui con la malattia ci è nato, a 3 mesi gli era già stata diagnosticata una forma di thalassemia major e da allora ha sempre convissuto con una vita fatta di cure e sacrifici. Trasfusioni di sangue ogni 20 giorni e tutte le notti terapia ferrochelante, la pompetta come la chiamano i pazienti thalassemici, che con quell’ago ci dormono da quando sono nati.

Dopo i primi anni in cura all’ospedale San Carlo, Giuseppe è passato in Clinica De Marchi, e ricorda di essersi subito trovato bene, “l’ambiente è famigliare, poco ospedaliero e si è creato un buon rapporto con tutti, medici, infermieri e pazienti. Frequentando gli altri ragazzi malati posso dire che si nota una grande differenza fra chi si è sempre curato con serietà e chi invece ha trascurato di farlo. Per fortuna io ho sempre seguito la cura ferrochelante e questo ora mi permette di stare bene e la mia malattia non è assolutamente evidente”.

Talmente poco evidente che Giuseppe è sempre riuscito misurarsi alla pari con chiunque finora ottenere grandi successi sia professionali che famigliari. Oggi Giuseppe lavora, con un ruolo di responsabilità in una delle principali emittenti televisive nazionali, un ruolo che ha saputo conquistarsi con le sue qualità professionali e con la sua grinta. “ Quando mi hanno chiamato per offrirmi questo lavoro ignoravano totalmente che io appartenessi ad una categoria protetta  e io, tranne che per i permessi che devo prendere ogni 20 giorni a causa delle le trasfusioni, faccio di tutto perché nessuno se ne debba ricordare.

Se sul lavoro Giuseppe ha saputo dimostrare le sue qualità, non di meno a saputo fare con Simona, dopo una lunga amicizia e tre anni di fidanzamento, sette anni fa si sono sposati. Anche in questo caso la  malattia non è strato un freno, Simona lo sapeva da molto prima di fidanzarsi ma non è stata certo un motivo per farle cambiare idea. Così come non è un valido motivo per non pianificare e costruire giorno dopo giorno la loro vita di coppia e costruire la loro famiglia.

E se per essere una coppia è sufficiente essere in due, Giuseppe e Simona hanno subito capito che per fare una famiglia è necessario essere almeno in tre.

Purtroppo, in questo caso, la thalassemia un po’ ha saputo influire negativamente, Maurizio scoprì infatti di avere un problema di sterilità associato alla malattia. Inizialmente hanno provato con delle terapie ormonali, poi ricordando che sin dai primi anni di matrimonio avevano pensato di adottare un bambino, sospesero le terapie e circa due anni e mezzo fa fecero domanda per adottare un bambino etiope.

Durante i colloqui preliminare Giuseppe temeva che in qualche modo la sua malattia potesse creare pregiudizi nell’esaminatore, ma così non è stato perché ancora una volta Giuseppe ha dimostrato che la thalassemia non  costituisce alcun limite.

Dopo due anni e mezzo di attesa, pochi mesi fa Elias è entrato a far parte della famiglia di Giuseppe e Simona.

“ è uno splendido bambino e dopo i primi attimi di smarrimento ha saputo pienamente integrarsi nella nostra famiglia, sono solo tre mesi che ci conosciamo e sembra faccia parte della nostra vita da sempre. Nei suo occhi riconosco quella mia stessa gran voglia di vivere e allo stesso tempo essere riuscito a regalargli quella  felicità che il destino gli aveva negato mi ricorda che la mia malattia non è una limitazione ma può essere uno strumento in più capace di caratterizzare la propria personalità dando forza”

E Giuseppe ha saputo trovare nelle sue difficoltà sicuramente la forza per donare una nuova felicità a chi l’aveva perduta ma anche l’amore e la fiducia per la vita che lo ha spinto a portare a termine un progetto così grande per la sua famiglia.

Francesco Iandola

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